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2 Rabi' al-awwal 1439 - 20 novembre 2017

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Reale Ambasciata dell'Arabia Saudita - Roma

Arabia Saudita - Italia Relazioni di Amicizia tra il Regno e l'Italia, Prof. M. Pizzigallo

Storia di una amicizia lunga ottanta anni
Italia-Arabia Saudita 1932-2012

 

 

  1. Il 10 febbraio 1932, nel Palazzo reale di Gedda, il ministro degli Esteri emiro Faisal e il console Guido Sollazzo firmavano il Trattato di amicizia fra l’Italia e il regno dell’Higiaz, Neged e sue Dipendenze che, dal 22 settembre 1932, avrebbe poi assunto l’attuale denominazione di Regno dell’Arabia Saudita. Il Trattato di amicizia era integrato da un trattato di commercio firmato lo stesso giorno. E così, fra il nuovo grande Stato arabo, finalmente riunificato dal leggendario Re Abdulaziz Ibn Saud e l’Italia iniziava una lunga storia di amicizia e di promettenti buone relazioni diplomatiche e non solo. “L’Italia- scriveva da Gedda il 17 febbraio 1932 il console Sollazzo nel suo rapporto al Ministero degli Esteri, sull’avvenuta firma del Trattato con il regno saudita- entra a bandiere spiegate a partecipare più attivamente alla vita di questo Paese. Esso aspira ardentemente a migliorare la propria attrezzatura culturale ed economica. La rettilinea e leale politica seguita dall’Italia verso questo Stato, non disgiunta da spirito di limpida comprensione della storia di questi popoli potrà, col tempo e con la perseveranza, dare quei frutti che altri, venuti qui prima di noi e di noi più attrezzati, lasciandosi unicamente guidare da sentimenti egoistici e da piani egemonici, cerca affannosamente di raccogliere e spesso si lascia sfuggire di mano”. La diplomazia dell’amicizia con l’Italia si inquadrava in un più ampio e lungimirante disegno, concepito da Ibn Saud, volto a stabilire rapporti con i rappresentanti, ufficiali e non, di vari Paesi e finalizzato a rafforzare l’indipendenza e l’autonomia del suo giovane regno attraverso il contenimento, nei limiti del possibile, dei “piani egemonici” coltivati dall’Inghilterra, da tempo presente nella strategicamente importante area del Golfo Persico, sulla quale puntava ad esercitare un’influenza politica esclusiva. Al tempo stesso Ibn Saud aveva messo in cantiere un programma di modernizzazione e valorizzazione delle risorse naturali del regno e, per questo, cercava di sostituire o almeno affiancare l’invasiva e interessata presenza britannica con quelle di altri Paesi occidentali dotati di adeguate capacità finanziarie, conoscenze e competenze tecniche. In questo quadro, l’apertura a nuove partnership straniere avrebbe potuto, in futuro, favorire anche la penetrazione commerciale italiana in Arabia Saudita nel promettente solco tracciato dalla firma del Trattato di amicizia, il cui scambio di ratifiche, per solennizzare l’evento, ebbe luogo, alla presenza del principe Faisal, a Roma il 22 aprile 1932. Per il principe saudita si trattava del suo primo viaggio in Italia raggiunta a bordo del piroscafo Crispi che, partito da Massaua, aveva appositamente fatto scalo a Gedda per imbarcarlo. Accompagnato dal console Sollazzo, il principe Faisal era sbarcato a Napoli il 18 aprile e, il giorno seguente, era partito per Roma ove si trattenne, accolto sempre con molta cordialità, fino alla sera del 24 aprile, per raggiungere poi Torino e Milano. Il 28 aprile il principe Faisal partiva per la Svizzera per poi recarsi in Francia e in Inghilterra. Informato della calorosa accoglienza ricevuta in Italia dal figlio Faisal, re Ibn Saud, il 30 aprile, esprimeva alle autorità italiane il suo più vivo apprezzamento aggiungendo: “Io desidero mantenere a tutti i costi l’amicizia dell’Italia, perché tale amicizia è molto preziosa”. Pochi mesi dopo il ministro degli Esteri italiano elevava la sede di Gedda al rango di Legazione inviandovi come ministro plenipotenziario Ottavio De Peppo che, giunto in sede il 25 settembre 1932, vi rimase circa un anno e mezzo. De Peppo ebbe finalmente l’occasione di incontrare per la prima volta il re Ibn Saud il 15 aprile 1933. Il sovrano, che abitualmente risiedeva a Riyad, si era recato a Gedda per ricevere       in udienza il corpo diplomatico e consolare accreditato in Arabia Saudita. Si trattò di un breve incontro dal quale però il diplomatico italiano trasse una favorevole impressione della forte personalità di Ibn Saud che, particolare curioso, circolava per le strade di Gedda a bordo di una fiammante auto Isotta- Fraschini acquistata da suo figlio Faisal durante il suo viaggio in Italia. Nel suo rapporto al Ministero dopo l’incontro con il sovrano De Peppo, il 19 aprile 1933 scriveva: “Ibn Saud è senza dubbio una personalità fortissima ed intatta e se ne ha la sensazione netta avvicinandolo sia pure per brevi istanti. Ogni tanto la sua faccia si illumina di un sorriso buono, quasi dolce, spontaneo riflesso della sua natura di uomo semplice”. Ben più lungo e dedicato all’esame di importanti questioni politiche fu invece il colloquio che il nuovo rappresentante diplomatico italiano, Giovanni Persico ebbe con il sovrano nel corso di un’udienza privata concessagli a Gedda l’11 aprile 1934. La situazione politica era particolarmente delicata perché, per questioni legate ai confini dell’Asir e del conteso possesso del Najran era appena scoppiato un insidioso conflitto armato fra l’Arabia Saudita e lo Yemen che avrebbe potuto creare qualche imbarazzo alla diplomazia italiana da tempo in buoni rapporti, sia pure con obiettivi differenti, con entrambi i Paesi impegnati nel conflitto fortunatamente destinato ben presto a concludersi   il 20 maggio 1934, con la firma del Trattato di amicizia musulmana e fratellanza araba che, con il riconoscimento yemenita della sovranità saudita sull’Asir e il Najran, stabilizzava assetti territoriali e confini. Intanto, come dianzi si accennava, l’11 aprile 1934, il diplomatico Giovanni Persico veniva ricevuto da re Ibn Saud nel Palazzo reale di Gedda. “Nella sala reale- scriveva Persico nel suo rapporto al Ministero degli Esteri italiano- Ibn Saud avanza verso di me. Sua Maestà è un uomo sui cinquantasette anni, ancora nel pieno delle sue forze fisiche ed intellettuali, è il puro arabo. Ibn Saud, dopo le cortesie d’uso, mi ha parlato dell’Italia e mi ha detto che la sua viva simpatia ed amicizia per il nostro Paese non è di data recente. Suo padre, cinquanta anni orsono, aveva conosciuto a Baghdad il console italiano col quale intratteneva ottimi rapporti ed aveva parlato a lui giovanetto del carattere degli italiani. Ho risposto a sua Maestà che il mio Paese nutriva gli stessi sentimenti di amicizia per il Regno arabo musulmano”.
  2. Con la definitiva soluzione delle controversie con lo Yemen, l’Arabia Saudita consolidava la propria posizione di preminenza nella Penisola arabica e poteva programmare in maniera diversa il proprio futuro. Per Ibn Saud, finita la stagione delle guerre necessarie per l’unificazione e la difesa del suo regno, poteva dunque iniziare la stagione della pace necessaria per lo sviluppo e la modernizzazione del Paese. In questo quadro il sottosegretario agli Esteri saudita Fuad Hamza, il 5 giugno 1934, incontrava Persico auspicando una maggiore collaborazione in campo economico e commerciale fra i due Paesi. Fuad Hamza tornava sull’argomento con le autorità italiane nel corso della sua missione a Roma, il 10 settembre 1934, seguita otto mesi dopo, a fine maggio, dall’importante visita ufficiale in Italia di una Delegazione saudita guidata dal principe ereditario Saud. Nei colloqui avuti a Roma dalla Delegazione saudita furono tra l’altro poste le basi per un allargamento della collaborazione nel settore dell’addestramento dei piloti culminata nell’invio a Gedda di una Missione dell’Aeronautica italiana. Ma, nonostante le eccellenti relazioni politiche fra i due Paesi, nel 1935 le incoraggianti aperture dei Sauditi, peraltro costantemente sostenute dai lungimiranti diplomatici italiani accreditati a Gedda (che, avendo ben compreso le enormi potenzialità del nuovo stato arabo, avevano ripetutamente avanzato efficaci proposte concrete) erano, purtroppo, destinate a non avere seguito. Infatti, nel 1935, tutta l’attenzione del Governo italiano era concentrata esclusivamente sulla realizzazione dell’effimero sogno imperiale destinato ad assorbire ingenti risorse finanziarie, prevalentemente pubbliche, prima per conquistare con le armi l’Etiopia e poi, negli anni seguenti, per cercare in qualche modo di valorizzarla a cominciare dalla costruzione della rete stradale. Dopo appena un paio di anni di quiete la seconda guerra mondiale si abbatté sulla fragile e indifesa Africa orientale italiana, travolgendo i sogni imperiali e i grandi e costosi programmi di sviluppo e modernizzazione ancora in fase iniziale. Nei primi mesi del 1941, le truppe inglesi provenienti dal Kenya scatenavano l’offensiva finale che si concluse con la liberazione dell’Etiopia ove fu subito restaurato il legittimo sovrano. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, l’Arabia Saudita proclamò la propria neutralità ma, ben presto, gli effetti del conflitto cominciarono a farsi sentire in misura crescente, creando nuove difficoltà. Infatti, all’indomani della rivolta nazionalista di Rashid Ali al-Gaylani in Iraq (che era stato apertamente sostenuto dagli italiani) e del progressivo allargamento dei fronti di guerra, le autorità britanniche iniziarono ad esercitare forti pressioni sulle autorità saudite affinché, per motivi di sicurezza, interrompessero i rapporti con l’Italia, chiedendo l’immediata chiusura degli Uffici diplomatici a Gedda. E così, dopo aver ottenuto che la Legazione di Turchia assumesse la tutela degli interessi italiani in Arabia Saudita, il diplomatico italiano Luigi Sillitti (che da quattro anni aveva rilevato Giovanni Persico) la mattina dell’8 febbraio 1942 partiva in auto da Gedda diretto, in primo luogo, a Riyad per essere ricevuto da re Ibn Saud che voleva salutarlo personalmente. L’incontro ebbe luogo il 15 febbraio alla presenza del principe ereditario e di Yussuf Yassin, influente uomo politico. Memore degli ormai decennali rapporti di amicizia, re Ibn Saud dichiarò a Sillitti che il piacere di incontrare il rappresentante del Governo italiano era annullato dai motivi e dalle circostanze legate alle continue insistenti pressioni inglesi cui non poteva sottrarsi. Intanto il ministro degli Esteri italiano, il 19 febbraio 1942, telegrafava al suo ambasciatore ad Ankara chiedendo di ringraziare il Governo turco per l’assunzione della tutela degli interessi nazionali in Arabia Saudita, precisando “che i rapporti diplomatici fra Italia e Arabia Saudita vanno considerati sospesi anziché rotti”.
  3. Il 4 novembre 1947 al Palazzo reale di Gedda il nuovo diplomatico della neonata Repubblica italiana Filippo Zappi presentava le sue credenziali al principe ereditario Saud che, memore dell’ultimo triste incontro con Sillitti, alla vigilia della forzata partenza, aveva calorosamente espresso la sua personale soddisfazione per la riapertura della Legazione italiana e dei rapporti fra i due Paesi, dopo la sospensione dovuta alle ben note “circostanze” e durata cinque anni. Da allora molte cose erano cambiate sotto i cieli di Riyad. L’ingombrante e invasiva influenza inglese volgeva ormai al tramonto; al suo posto, e sempre più in ascesa, l’influenza economica americana legata allo sfruttamento del petrolio scoperto nel 1938 all’interno del perimetro della Concessione assegnata alla Standard Oil of California (Socal). La Socal si associò alla Texaco, dando vita insieme alla Californian Arabian Standard Oil Company (Casoc) che, nel 1944, assunse l’attuale denominazione di Arabian American Oil Company (Aramco). Nel 1948 nell’Aramco entrarono anche la Standard Oil of New Jersey (Exon-Esso) e la Standard Oil of New York (Socony-Mobil) per completare e “solidificare” la presenza delle multinazionali americane nell’area del Golfo, che sostituivano l’ormai declinante imperialismo britannico. Questo nuovo scenario fu subito chiaro al diplomatico italiano che, in uno dei suoi primi rapporti al Ministero degli Esteri, in data 5 gennaio 1948, scriveva: “Fatta eccezione per alcuni lavori per i quali è stata richiesta la cooperazione egiziana, tutti gli altri lavori sono stati affidati agli americani e sono garantiti dalla quota parte degli introiti che l’Aramco deve versare       annualmente. Il Governo non sembra preoccuparsi, perché ritiene che gli Stati Uniti, a differenza di altre potenze occidentali, non abbiano ambizioni territoriali nel Vicino Oriente”. Anche la nuova Italia repubblicana e democratica del dopoguerra, smaltita gradualmente la pesante eredità della sconfitta, abbandonate più o meno forzatamente le nostalgie coloniali, poteva presentarsi ai Paesi arabi, soprattutto a quelli di recente indipendenza, come un interlocutore serio e affidabile che ispirava la sua azione alla diplomazia dell’amicizia, intesa come modello di relazioni poste sotto il segno della pace, del rispetto dell’autodeterminazione dei popoli e della cooperazione. E le relazioni con l’Arabia Saudita, sotto certi aspetti, riflettevano in maniera esemplare il modello di diplomazia dell’amicizia concepita e praticata con reciproca soddisfazione. A tal proposito, va ricordato che re Ibn Saud espresse il desiderio di conoscere subito personalmente il nuovo rappresentante diplomatico dell’Italia verso la quale, aveva precisato il re, l’Arabia Saudita aveva sempre “nutrito sentimenti di sincera amicizia”. E così nel primo pomeriggio del 31 gennaio 1948, dopo un volo di circa quattro ore, Filippo Zappi atterrava all’aeroporto di Riyad e, subito, veniva ricevuto in udienza a Palazzo reale da Ibn Saud con particolare cortesia e sincera cordialità. Rientrato nel suo alloggio dopo l’udienza reale, Zappi riceveva la visita di un funzionario di Corte che gli portava in dono, da parte del sovrano, una spada beduina con il fodero d’oro cesellato e un abito tradizionale saudita, che il nostro diplomatico, in segno di cortesia, indossò la sera stessa per partecipare al pranzo ufficiale offerto in suo onore a Palazzo, alla presenza del re e del principe ereditario. A tal proposito, nel suo rapporto al Ministero, in data 11 febbraio 1948, Zappi scriveva: “Ho riportato una gradita impressione e sono rimasto veramente commosso dalle molte gentilezze e attenzioni usatemi dal sovrano. Esse sono in parte dovute al desiderio di consolidare i rapporti di amicizia con l’Italia e in parte al desiderio di dimenticare quel lontano 1942!”. Rientrato a Gedda, Zappi continuò la sua opera di sensibilizzazione a favore delle rivendicazioni degli operai italiani dell’Aramco e, al tempo stesso,       fino al suo rientro in patria, nell’agosto 1949, cercò di promuovere la presenza delle imprese italiane nel Paese. Il suo successore alla guida della Legazione italiana a Gedda, Ugo Turcato il 17 novembre 1949 presentava le sue credenziali a re Ibn Saud che aveva voluto partecipare alla solenne cerimonia per rimarcare gli antichi vincoli di amicizia con l’Italia. Infatti, rispondendo alle espressioni di saluto di Turcato, il re, con sincera cordialità, aveva auspicato “una maggiore collaborazione fra i due popoli anche nel campo della partecipazione italiana alla modernizzazione dell’Arabia Saudita”. Ma la maggiore cooperazione economica auspicata dal re, e cui da tempo lavoravano con impegno i diplomatici italiani accreditati a Gedda, non era né semplice né facile, tenuto conto della particolare situazione saudita all’epoca di fatto monopolizzata dalle grandi imprese americane gonfie di dollari operanti anche nel settore delle opere pubbliche, dei trasporti, dei servizi e contro le quali per le imprese italiane, strutturalmente deboli e spesso prive di mezzi finanziari adeguati, era difficile competere. Più semplice era invece intensificare e strutturare stabilmente la cooperazione diplomatica. Infatti, dopo le numerose sollecitazioni di Turcato, finalmente il Ministero degli Esteri saudita designava Muwaffaq al-Alusi come inviato speciale e ministro plenipotenziario a Roma che, nel marzo 1951, presentava le credenziali al presidente della Repubblica Luigi Einaudi.
  4. All’alba del 15 aprile 1952 a bordo del piroscafo Esperia, per la seconda volta, vent’anni dopo, l’emiro Faisal sbarcava a Napoli accolto dalle massime autorità civili e militari. La sera dello stesso giorno il principe partiva per Milano, ove si incontrava con il presidente della Repubblica Einaudi. Nei giorni seguenti, Faisal visitava alcuni impianti e stabilimenti industriali a Milano, Torino e in altre città del Nord. Il 25 aprile raggiungeva Roma, ove incontrò il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Nel corso del colloquio riservato e verbalizzato personalmente dallo stesso presidente De Gasperi, il principe Faisal chiese al presidente italiano di prendere in esame la possibilità di un suo intervento sul ministro degli Esteri inglese Anthony Eden per tentare di comporre il contrasto anglo-egiziano per il Sudan, che molto allarmava le diplomazie arabe. Ma nella controversia per il Sudan, destinata ad acuirsi nei mesi seguenti, il tempo delle mediazioni era scaduto. Infatti, all’alba del 23 luglio 1952, gli “Ufficiali Liberi” entravano al Cairo e si impadronivano del potere, aprendo una nuova fase della storia dell’Egitto. Intanto, il 3 febbraio 1953, Giuseppe Capece Galeota, (succeduto a Turcato alla guida della Legazione) si recava a Riyad per presentare a re Ibn Saud (che, ancora una volta, aveva espresso il desiderio di ricevere personalmente il nuovo rappresentante italiano) le sue credenziali di ministro plenipotenziario. La cerimonia si svolse in un’atmosfera di viva cordialità e fu l’ultimo diplomatico italiano a vedere il re. Infatti, pochi mesi dopo, nella sua residenza di Taif la città famosa per la fioritura delle rose d’Arabia, il leggendario Ibn Saud fondatore del Regno unitario sul cui trono ancora oggi siedono i suoi figli, sovrano amatissimo dal suo popolo spirava la mattina del 9 novembre 1953. Per quanto la triste notizia della morte del re, malato da tempo, non fosse del tutto inaspettata, essa provocò intensa e sincera commozione in tutto il Paese e nell’intero mondo arabo che, unanimemente, riconosceva al sovrano saudita elevate qualità morali e politiche. Dopo i solenni funerali di Ibn Saud, svoltisi a Riyad secondo l’austero rito wahabita, alla presenza di una folla imponente, saliva al trono suo figlio il cinquantenne Saud, mentre Faisal diventava principe ereditario. Dal suo canto, Capece Galeota, che aveva avuto l’opportunità di incontrare subito il nuovo re a Gedda, riferiva al Ministero degli Esteri di avere tratto l’impressione che Saud avrebbe impresso un’ulteriore spinta, peraltro sostenuta dalle crescenti rendite petrolifere, all’opera di sviluppo e di modernizzazione del Paese, aprendo anche a nuovi affidabili partner stranieri in grado di affiancare e collaborare con le imprese americane già presenti. In quest’ottica, stante i buoni rapporti fra i due Paesi, sarebbe forse stato possibile favorire l’inserimento di qualche importante impresa italiana. “Il momento- scriveva Capece il 22 dicembre 1953 nel suo rapporto riservato al Ministero- sembra favorevole. Qualora si potesse introdurre una qualche grossa società nostra, sarebbe veramente il primo passo di una nostra ulteriore e degna penetrazione economica. Comunque occorre che i nostri dirigenti commerciali e industriali si facciano vivi venendo sul posto, senza perdere ulteriore tempo. Se non avrà il coraggio di profittare di qualcuna delle occasioni che ci si presentano, tutte le posizioni saranno occupate da altri Paesi”. Ma i tempi non erano ancora maturi. Infatti, all’epoca, il grande capitale italiano, sviluppatosi sempre all’ombra delle sicure commesse statali, non aveva né voglia né capacità di internazionalizzarsi e, men che mai, di competere con la concorrenza straniera sui promettenti, ma molto difficili, mercati dei Paesi arabi. Un’inversione di tendenza si registrò solo alla fine degli anni Cinquanta esclusivamente per merito delle coraggiose iniziative delle imprese pubbliche del Gruppo Eni-Agip in vari Paesi fra i quali il Marocco, l’Iran e l’Egitto. Per quel che riguarda l’Arabia Saudita, va ricordato che, nella primavera 1957, fu raggiunta da una missione tecnica inviata dall’Agip per esplorare alcune aree nella provincia di Riyad. I risultati delle valutazioni tecniche non furono incoraggianti e il progetto saudita (anche per motivi di ordine generale legati alla contestuale sovraesposizione dell’Eni sulla scena iraniana) fu per il momento lasciato cadere. Fu ripreso circa dieci anni con la concessione all’Agip, il 21 dicembre 1967, di un’area desertica nella zona sudorientale del Paese per esplorazioni e ricerche petrolifere che, purtroppo, ancora una volta, si rivelarono infruttuose. Intanto lo scenario politico internazionale era stato drammaticamente sconvolto dalla guerra dei “Sei giorni” arabo-israeliana destinata ad aprire una ferita profonda nel Medio Oriente, inasprendo il problema dei palestinesi, ancora alla disperata ricerca di una giusta soluzione. Infatti, nonostante una specifica risoluzione dell’Onu imponesse a Israele l’evacuazione dei “Territori occupati”, i vari negoziati, più volte avviati dopo il 1967, sono ripetutamente naufragati senza sortire alcun risultato permanente condiviso. Intanto nel 1971 l’Algeria nazionalizzava i suoi giacimenti di metano e, l’anno seguente, l’Iraq nazionalizzava gli impianti della Iraq Petroleum Company, sin dagli anni Venti il baluardo degli interessi delle grandi compagnie del cartello petrolifero. Altri Paesi, fra i quali l’Arabia Saudita seguirono la linea della “partecipazione” per riappropriarsi delle proprie risorse petrolifere e assumere definitivamente il controllo esclusivo della produzione nazionale. Nei primi anni Settanta i Paesi dell’Opec e, in particolare, i Paesi arabi videro crescere in forte misura la loro influenza sul piano economico e politico-internazionale. Contemporaneamente, ricominciava a crescere la tensione fra l’Egitto (sostenuto dalla Siria) e Israele. La situazione precipitò nell’ottobre 1973 con la quarta guerra arabo-israeliana, la guerra del Kippur, che ebbe effetti dirompenti, destinati a cambiare per sempre la storia del petrolio, lasciando un segno profondo in tutti i protagonisti, diretti e indiretti. I Paesi produttori di petrolio, infatti, decisero di alzare il livello di scontro con alcuni Paesi consumatori (percepiti, a torto o a ragione, come “fiancheggiatori” di Israele) utilizzando l’arma del petrolio per colpire il sistema economico occidentale.
  5. Il 7 febbraio 1973, il ministro degli Esteri italiano Giuseppe Medici giungeva a Riyad, ove fu ricevuto da re Faisal (salito al trono nel 1964), e firmò il primo accordo di cooperazione culturale, tecnica e scientifica. Pochi mesi dopo, l’8 giugno, Faisal accompagnato dal ministro della Difesa, principe Sultan veniva per la terza volta a Roma, ove ebbe colloqui al massimo livello con il presidente della Repubblica Giovanni Leone e con il presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Al centro dei colloqui romani la condivisa preoccupazione fra i due Paesi, per il pericoloso aumento della tensione in Medio Oriente che, purtroppo, quattro mesi dopo sarebbe esplosa. Nel corso del colloqui fra le massime autorità italiane e saudite, fu positivamente rilanciata la questione della costruzione della Moschea e del Centro islamico a Roma. Intanto, il 10 gennaio 1974, nel pieno della crisi petrolifera legata alla guerra del Kippur, il ministro saudita del Petrolio Yamani giungeva a Roma, ove incontrava Aldo Moro che era ritornato alla guida del Ministero degli Esteri nel nuovo Governo presieduto da Mariano Rumor. Fedele interprete della diplomazia dell’amicizia, Aldo Moro, per ragioni delicate e complesse derivanti dall’esigenza di garantire la sicurezza dell’Italia e dei suoi approvvigionamenti energetici, puntava a favorire in tutti i modi la ricerca della pace e dell’equilibrio in Medio Oriente, ripetutamente messi a dura prova dalle guerre arabo-israeliane. Esemplare, sotto questo profilo, il profetico discorso pronunciato dal ministro degli Esteri Moro al Senato il 17 ottobre 1973, pochi giorni dopo la drammatica ripresa del conflitto. “Sappiamo- disse Moro nel suo discorso molto apprezzato dal mondo arabo- che la forza non può risolvere alcun conflitto. Possono vincere alla lunga la ragione e la giustizia. E la ragione e la giustizia vogliono che i popoli del Medio Oriente, e naturalmente Israele, abbiano un’esistenza sicura e dignitosa nell’ambito dei confini presidiati dal consenso e, ove occorra, da una solida garanzia istituzionale”. Tra la fine di gennaio e i primi di febbraio 1974, il ministro Moro compiva una serie di visite ufficiali in numerosi Paesi: dall’Egitto all’Arabia Saudita. In particolare, Moro, in Arabia Saudita incontrava il ministro degli Esteri e veniva ricevuto da re Faisal con il quale ebbe importanti colloqui su temi dell’attualità politica ed economica. Moro ribadì il suo punto di vista sul “carattere globale e non parziale” della ben nota Risoluzione 242 che implicava “la necessità dell’abbandono di tutti i Territori occupati” con la forza. Nel complesso la missione di Moro segnò un momento significativo della diplomazia dell’amicizia e come tale fu percepito. “Nel mondo arabo- dichiarò il ministro degli Esteri al suo rientro a Roma il 3 febbraio 1974- vi è una grande apertura verso l’Italia”. L’anno seguente il presidente della Repubblica Giovanni Leone compiva dal 2 al 5 marzo la prima visita ufficiale di un capo di Stato italiano in Arabia Saudita ove incontrava re Faisal con il quale registrava una “fondamentale armonia” di vedute in ordine alla delicata questione palestinese e per la cui soluzione l’Italia, assicurava Leone, non avrebbe mai fatto mancare il suo sostegno nelle varie sedi internazionali. In occasione della visita di Leone veniva altresì firmato un accordo di cooperazione tecnica ed economica. Dal cinque al sei agosto 1977 si recavano in Arabia Saudita il presidente del Consiglio Giulio Andreotti e il ministro degli Esteri Arnaldo Forlani (entrambi in carica dal luglio 1976) ove venivano ricevuti dal re Khaled (asceso al trono il 26 marzo 1975). La visita degli italiani si incrociava con la presenza in Arabia Saudita del segretario di Stato americano Cyrus Vance che, su incarico del presidente Jimmy Carter, stava compiendo un tour diplomatico nei principali Paesi arabi per tentare di riavviare il processo di pace in Medio Oriente per il quale era necessario il fondamentale apporto della diplomazia saudita. Ma i tempi non erano ancora maturi anche per l’intransigenza di alcune delle parti in causa. Contemporaneamente, in quegli stessi anni, si intensificavano in forte misura le relazioni commerciali italo-saudite in particolare nel settore degli approvvigionamenti petroliferi e si susseguivano, sempre al massimo livello politico e diplomatico, numerosi scambi di visite. Menzione particolare però va fatta della visita a Roma, il 20 dicembre 1980, del ministro degli Esteri Saud al-Faisal. Svoltasi in un clima di grande cordialità, la missione contribuì a rassicurare in maniera definitiva i rapporti fra Italia e Arabia Saudita, dopo i malintesi legati ad un contratto (in seguito rescisso) per una maxi fornitura di petrolio. Infatti, questo contratto, anche per la infausta influenza di gruppi di potere occulti, era diventato il bersaglio di una violenta campagna politico- mediatica che alimentava feroci polemiche e sospetti trasversali all’interno di alcuni partiti italiani. Tutto ciò, ovviamente, non mancò di provocare un certo disappunto negli ambienti politici e diplomatici sauditi e un raffreddamento nei rapporti con l’Italia che, per fortuna, fu di brevissima durata. Con la visita, il 20 dicembre 1980, del ministro Saud, che ebbe proficui e prolungati colloqui con il ministro degli Esteri Emilio Colombo, furono, come recitava il comunicato ufficiale congiunto, dissipate per sempre “le ombre” che, l’anno precedente si erano addensate sulle relazioni italo-saudite. E così il barometro internazionale riprese a segnare sereno stabile sotto il cielo delle relazioni fra i due Paesi, facendo registrare nel corso degli anni Ottanta un consistente aumento dell’interscambio commerciale. Al tempo stesso, fra Italia e Arabia Saudita si registrava una sostanziale identità di vedute sulla necessità di stabilizzare gli equilibri del Medio Oriente messi a dura prova dalla guerra Iraq- Iran e dalla drammatica crisi libanese. In particolare, va ricordato che l’Italia aveva costantemente assicurato, nelle varie sedi internazionali, il suo massimo sostegno alla mediazione della Commissione tripartita della Lega araba e aveva salutato con “soddisfazione” la conclusione degli importanti Accordi di Taif del 22 ottobre 1989 nei quali la diplomazia saudita aveva svolto un ruolo determinante. Purtroppo, pochi mesi dopo, l’invasione irakena del Kuwait infiammava nuovamente il Medio Oriente: dal Mediterraneo al Golfo Persico. All’interno della coalizione internazionale, Italia e Arabia Saudita furono fianco a fianco nella guerra di liberazione del Kuwait, sviluppando un’intensa cooperazione bilaterale non solo sul piano diplomatico, ma anche sul piano economico e militare destinata a durare a lungo. Dopo l’incontro a Daharan del 2 giugno 1991 tra il presidente del consiglio Giulio Andreotti e re Fahad, gli scambi di visite e missioni di personalità del mondo politico ed economico di entrambi i Paesi si susseguirono a ritmo costante ponendo le basi per una cooperazione sempre più allargata e meglio strutturata, sullo sfondo della comune visione e valutazione delle principali questioni politico- internazionali, a cominciare da quella del processo di pace israelo-palestinese che, all’indomani degli Accordi di Oslo, sembrava, finalmente, incanalata verso una soluzione condivisa.
  6. Il 20 giugno 1995 il principe Salman, governatore della provincia di Riyad, si recava a Roma per presenziare all’inaugurazione della Moschea del Centro islamico di Roma. Il giorno seguente il principe incontrava il presidente del Consiglio Lamberto Dini che evidenziava il “ruolo di equilibrio e moderazione” svolto dall’Arabia Saudita nelle questioni della pace e della stabilità del Medio Oriente. Dal canto suo il principe Salman rilevava “l’ottimo stato delle relazioni bilaterali”. L’anno seguente era Dini, (che dopo le elezioni del 21 aprile 1996 era passato alla guida del Ministero degli Esteri) a recarsi in Arabia Saudita ove, il 10 settembre, firmava l’Accordo bilaterale per la promozione e protezione degli investimenti destinato a influenzare e dinamizzare le relazioni economiche fra i due Paesi. Il ministro degli Esteri Dini ritornava in Arabia Saudita il 19 e 20 luglio 1997 per accompagnare il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro che a Gedda incontrava Fahad e il principe ereditario Abdullah. “La visita –recitava il comunicato stampa ufficiale- si è conclusa con un colloquio, non previsto dal cerimoniale, richiesto dal principe ereditario per ribadire gli eccellenti rapporti bilaterali ed esaminare le possibilità di ulteriori progressi sulle relazioni politiche ed economiche”. Nello spirito della diplomazia dell’amicizia italo-saudita (scandita dai frequenti contatti politici bilaterali lungo la rotta Roma-Riyad ripetutamente percorsa da ministri e personalità di entrambi i Paesi) il principe ereditario Abdullah, dal 24 al 26 maggio 1999, compiva una importante visita in Italia, ove incontrava il nuovo presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ed aveva colloqui ufficiali con le massime autorità italiane, a cominciare dal presidente del Consiglio Massimo D’Alema, con il quale venivano analizzate “con chiarezza e spirito di collaborazione” le principali questioni internazionali. In particolare nell’incontro tra D’Alema e il principe ereditario Abdullah, svoltosi a Palazzo Chigi il 25 maggio 1999, dopo aver sottolineato la “solidità dei rapporti storici tra i due Paesi” veniva ribadita la comune volontà di impegnarsi a promuovere il processo di pace in Medio Oriente “per realizzare, attraverso il negoziato, una pace giusta, globale e duratura in conformità con le pertinenti risoluzioni dell’Onu ed i principi fondamentali di Oslo, tra cui si annovera il principio della terra in cambio di pace”. Lo stesso giorno, nella sede del Ministero degli Esteri si incontravano i due ministri Dini e Saud al-Faisal che, fra l’altro, concordavano sull’importanza del “dialogo tra le culture e le religioni” per la migliore comprensione reciproca. Pochi mesi dopo il ministro Dini incontrava di nuovo il ministro Saud al-Faisal nel quadro dei sempre più intensi rapporti commerciali con l’Arabia Saudita cui l’Italia guardava con crescente attenzione, e soprattutto con apprezzamento “per la misura, la saggezza e la visione non angusta       della politica estera del Governo di Riyad”. Il 7 febbraio 2000 i due ministri degli Esteri firmavano a Riyad un Memorandum of understanding per strutturare le relazioni politiche italo- saudite in una stabile cornice di periodiche consultazioni bilaterali. È importante sottolineare che in ordine alla questione israelo-palestinese i due ministri avevano espresso una perfetta identità di vedute. Dal suo canto il ministro Dini aveva aggiunto: “Senza la cessione dei territori non si può pensare di avere una pace duratura”. Con la firma del Memorandum la diplomazia dell’amicizia italo-saudita compiva quell’ulteriore salto di qualità da tempo auspicato da entrambe le parti. E così, il 30 gennaio 2001, aveva luogo a Roma la prima sessione delle Consultazioni rafforzate italo-saudite con la partecipazione delle due delegazioni tecniche guidate rispettivamente dal segretario generale del Ministero degli Esteri italiano e dal viceministro degli Esteri saudita. Al termine dell’incontro i due capi delegazione e l’ambasciatore saudita in Italia, principe Mohammed Bin Nawaf venivano ricevuti dal ministro Dini che, ancora una volta, metteva in evidenza “il privilegiato rapporto che lega Roma a Riyad e le ottime relazioni intercorrenti fra i due Paesi e la condivisa volontà di rafforzarle ulteriormente.” Del resto, le diplomazie italiana e saudita, in tutte le sedi internazionali competenti, erano da tempo impegnate, singolarmente e congiuntamente, a promuovere politiche di dialogo e di mediazione in particolare in Medio Oriente, ove era esplosa la Seconda Intifada, duramente repressa dalle autorità militari israeliane, creando sconcerto nella comunità internazionale e profonda sofferenza nei Territori palestinesi. La missione internazionale guidata dall’americano Mitchell inviata in loco alla fine di maggio 2001 per cercare di stabilire le condizioni minime per la cessazione della lotta armata, purtroppo non riusciva a decollare, mentre, durante tutta l’estate, la tensione nei Territori continuò ad essere molto alta. Il 12 luglio 2001 gli ambasciatori dei Paesi arabi accreditati in Italia, si recavano in delegazione al ministero degli Esteri di un Paese considerato amico per esprimere la loro preoccupazione “per lo stallo del processo di pace mediorientale e per le posizioni intransigenti che il Governo israeliano continuava a mantenere”. Ma il peggio doveva ancora venire. Infatti, l’immane tragedia provocata dall’attacco alle Twin Towers di New York, l’11 settembre 2001, cambiò profondamente lo scenario internazionale. Le operazioni militari in Afghanistan e in Iraq, concepite dal presidente americano George W. Bush, nel quadro della “guerra globale” al terrorismo, non mancarono di esercitare tutta una serie di ripercussioni nel mondo arabo, aggravando ancor di più i problemi ancora aperti nell’Oriente mediterraneo. D’altro canto, smentendo certe semplicistiche e strumentalmente ottimistiche analisi di scenario, la normalizzazione dell’Afghanistan e dell’Iraq si sarebbe ben presto rivelata in tutta la sua drammatica complessità creando nel tempo nuove incomprensioni non solo fra i Paesi arabi e gli Stati Uniti ma anche fra gli Stati Uniti ed alcuni dei suoi stessi Alleati europei.
  7. Il 25 e 26 maggio 2004, il ministro degli Esteri del Governo di Centrodestra Franco Frattini si recava in visita a Gedda ove veniva ricevuto dal principe reggente Abdullah che gli esprimeva il suo apprezzamento per il “ruolo equilibrato ed equidistante dell’Italia, rispetto al conflitto israelo-palestinese”, auspicando altresì che si potesse “contribuire a disinnescare le tensioni nella regione”. Pochi mesi prima della visita del ministro Frattini a Riyad, veniva costituita una società mista partecipata dall’Eni, dalla società spagnola Repsol e dalla Saudi Aramco per attività di esplorazione, sviluppo e produzione di gas in una vasta area in concessione nel bacino di Rub Al Khali. Intanto, nei Territori, il conflitto israelo-palestinese aveva travolto tutti gli argini negoziali entro i quali la Road Map (fortemente sostenuta dalle diplomazie saudita e italiana) sperava di incanalarlo e si era ulteriormente aggravata avvitandosi in una spirale di feroci combattimenti. Finalmente, l’8 febbraio 2005, a Sharm el Sheikh, con la mediazione dell’Egitto, israeliani e palestinesi firmavano una tregua d’armi nella speranza di riprendere il cammino del dialogo. E proprio il processo di pace israelo-palestinese fu uno dei principali temi affrontati a Roma nel corso della visita compiuta dal ministro degli Esteri saudita Saud al-Faisal il 24 maggio 2005. Il ministro Saud, alla “Farnesina” incontrava Gianfranco Fini (che dal novembre 2004 aveva assunto l’incarico di ministro degli Esteri al posto di Franco Frattini nominato commissario europeo per la Giustizia) al quale confermava “la disponibilità saudita ad adoperarsi per una soluzione negoziata del conflitto arabo-israeliano che tuteli le legittime aspirazioni del popolo palestinese”. Il ministro Fini, dal suo canto, aveva fatto esplicito riferimento alla Road Map sottolineandone l’importanza. “I due ministri- precisava il comunicato congiunto diffuso il 24 maggio 2005- hanno passato in rassegna il positivo andamento dei rapporti tra i due Paesi e hanno convenuto sull’opportunità di più frequenti consultazioni su temi di comune interesse”. Qualche settimana dopo, il primo agosto 2005, Abdullah bin Abdulaziz veniva proclamato Re dell’Arabia Saudita. Re Abdullah, con l’obbiettivo di imprimere una spinta aggiuntiva allo sviluppo e alla modernizzazione del suo Paese, pose subito in cantiere un vasto programma di riforme in campo economico sociale, sanitario, e soprattutto nel settore delle infrastrutture. Menzione particolare, sotto questo profilo, va fatta dell’avveniristico progetto di costruzione delle quattro grandi “Città economiche” destinato “a promuovere, in maniere rapida ma sostenibile, la diversificazione economica, a creare più di un milione di nuove opportunità di lavoro e all’oggi per 4-5 milioni di abitanti”. Su impulso del Re, nel 2005 ebbero luogo le prime elezioni amministrative dirette (regolarmente ripetute alla scadenza della legislatura nel 2011). Per quel che riguarda le relazioni bilaterali italo-saudite va ricordato che, il 26 luglio 2006, il ministro Saud tornava a Roma per partecipare alla Conferenza internazionale sulla crisi libanese promossa da Massimo D’Alema, ministro degli Esteri del nuovo Governo di Centrosinistra varato dopo la vittoria alle elezioni del 9 aprile. Il ministro D’Alema, al rinnovato e convinto impegno europeista, aveva affiancato un forte rilancio della diplomazia dell’amicizia nei confronti dei Paesi arabi dell’Oriente mediterraneo, facendone uno dei tratti distintivi della sua azione di Governo. Dopo l’importante conferenza di Roma, cui parteciparono, oltre al segretario generale dell’Onu, i ministri degli Esteri di 15 Paesi, e che pose le basi per la stabilizzazione del Libano meridionale, D’Alema impresse una spinta aggiuntiva alla “politica araba” del Governo di Roma. Ai primi di gennaio 2007, D’Alema compiva un importante tour diplomatico visitando i principali Paesi del Golfo. Sabato 13 gennaio 2007 a Riyad incontrava il ministro degli Esteri Saud al-Faisal. I due ministri prendevano atto del positivo andamento dell’interscambio commerciale tra i due Paesi (l’Italia era il sesto partner a livello mondiale dell’Arabia Saudita) ma, soprattutto, registravano una fortissima “sintonia” sulle principali questioni di politica internazionale, a cominciare da quella della pace e della stabilità del Medio Oriente per le quali, secondo i due ministri, era necessario un approccio globale e complessivo che coinvolgesse tutti gli attori statuali e non statuali interessati. Pochi giorni dopo, il ministro D’Alema, il 21 gennaio 2007, esprimeva il suo sincero “apprezzamento” per un’importante iniziativa messa in campo di Re Abdullah nel tentativo di porre fine al violento scontro in atto nei Territori fra Fatah e Hamas, che stava lacerando il popolo palestinese aumentando le sue sofferenze. Infatti, re Abdullah aveva invitato in Arabia Saudita tutti i leader palestinesi e, con la sua riconosciuta autorità morale, li aveva spinti verso il negoziato culminato poi nell’Accordo della Mecca del 7 febbraio 2007 che, per quanto molto fragile, costituiva però il primo faticoso passo (seguito poi dagli accordi del Cairo del 2011 e di Doha del febbraio 2012) in direzione della riconciliazione fra Fatah e Hamas. E proprio con un ampio riferimento all’Accordo della Mecca era incominciato il discorso tenuto, domenica 22 aprile 2007 a Riyad, dal presidente del Consiglio italiano Romano Prodi all’Assemblea consultiva dell’Arabia Saudita. Prodi, che era stato ricevuto dal re Abdullah con viva cordialità, aveva auspicato per i palestinesi la creazione di uno Stato sovrano, indipendente, vitale e con continuità geografica. Pochi mesi dopo il premier Prodi accoglieva re Abdullah al suo arrivo in Italia in visita di Stato: una visita importante e molto significativa. Giunto a Roma il 5 novembre 2007, la stessa sera il sovrano saudita incontrava il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “Dalla creazione dello Stato moderno dell’Arabia Saudita- disse re Abdullah nel suo discorso ufficiale- le relazioni tra nostri due Paesi conoscono una stagione di vicinanza e di cooperazione. È nostro vivo auspicio che questa visita possa costituire un importante impulso per le relazioni fra i due Paesi nei vari ambiti”. Analoghi concetti il re sosteneva nel suo discorso pronunciato all’incontro con il premier Romano Prodi, aggiungendo un particolare apprezzamento per la politica estera italiana finalizzata al mantenimento della pace mondiale. “A tal proposito- aveva precisato il sovrano- non ci si può esimere dall’elogiare la politica costruttiva adottata dall’Italia in relazione alla più delicata crisi mediorientale, vale a dire quella rappresentata dal conflitto arabo-israeliano”. In quello stesso giorno, martedì 6 novembre 2007, re Abdullah compiva la prima storica visita di un sovrano saudita in Vaticano per incontrare Papa Benedetto XVI. Il Custode delle Due Sacre Moschee di Mecca e Medina e il Papa si intrattenevano a colloquio con “grande cordialità” soffermandosi sulla condivisa importanza del “dialogo interculturale e interreligioso per la promozione della pace, della giustizia e dei valori spirituali e morali”. Convinto sostenitore del dialogo interreligioso, Re Abdullah, dopo l’incontro in Vaticano, rilanciò il suo progetto, da tempo coltivato, di dare vita ad un Centro internazionale che promuovesse la pace e la reciproca comprensione culturale e religiosa. Nel luglio 2008 il sovrano convocò a Madrid una Conferenza internazionale cui presero parte trecento rappresentanti delle religioni mondiali. In seguito alla cerimonia di apertura della Sessione sul dialogo interreligioso tenuta all’Assemblea delle Nazioni Unite, il 12 novembre 2008, Re Abdullah pronunciò un apprezzato discorso in cui, dopo aver condannato severamente la strumentalizzazione delle religioni da parte del fanatismo estremista esortava invece “a raccogliersi intorno a valori comuni per un mondo più pacifico, più giusto e più tollerante”. Il 13 ottobre 2011 a Vienna, il ministro degli Esteri saudita firmava con i suoi omologhi austriaco e spagnolo il Trattato istitutivo del “Centro internazionale Re Abdallah per il dialogo interreligioso e culturale”. A questo punto, riprendendo il filo cronologico della nostra storia, va segnalato che nel corso della visita a Roma della delegazione saudita, il 6 novembre 2005, alla “Farnesina”, i due ministri degli Esteri Massimo D’Alema e Saud al-Faisal avevano un ampio scambio di opinione sui principali temi dell’attualità politica internazionale, registrando una sostanziale “identità di vedute” soprattutto in ordine alla crisi mediorientale. Dalle rispettive competenti autorità dei due Paesi veniva firmata a Roma una variegata serie di accordi e memorandum d’intesa in materia di difesa, lotta alla criminalità organizzata, formazione professionale, sanità e cooperazione universitaria. Insomma, una serie di accordi tecnici che, sommandosi alle condivise valutazioni sulle principali questioni internazionali, fornivano l’esatta misura dell’eccellente stato dei rapporti fra Italia e Arabia Saudita sullo sfondo dell’antica amicizia diventata una direttrice costante della politica estera italiana.

Direttrice, ovviamente, seguita anche dal nuovo Governo italiano di Centrodestra formato da Silvio Berlusconi, all’indomani della sua vittoria alle elezioni anticipate dell’aprile 2008. Alla guida del Ministero degli Esteri ritornava Franco Frattini che, nel quadro del forte interesse italiano per i Paesi del Golfo, il 14 ottobre 2009 si recava a Riyad per copresiedere, insieme al ministro delle Finanze Ibrahim al-Assaf la Commissione mista italo-saudita finalizzata a consolidare la cooperazione economica fra i due Paesi. Il mese seguente giungeva in Arabia Saudita il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che, la sera del 21 novembre, veniva ricevuto da re Abdullah. Berlusconi ebbe altresì modo di incontrare personalità del mondo politico ed economico saudita e, al termine della visita, propose di organizzare una missione di lavoro di imprenditori italiani per rafforzare le relazioni commerciali. In effetti, la “missione italiana di sistema” in Arabia Saudita, guidata dal ministro Frattini, ebbe poi luogo il 5 e 6 novembre 2010, per favorire il dialogo tra le comunità imprenditoriali e rafforzare i rapporti politici bilaterali. Della missione facevano parte il ministro Paolo Romani, il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e numerosi industriali italiani. In un’intervista apparsa sulla rivista Diplomazia economica italiana, alla vigilia dell’arrivo della “missione di sistema”, l’ambasciatore italiano a Riyad, Valentino Simonetti illustrava con precisione i grandi programmi di modernizzazione del Paese messi in campo da re Abdullah e incentrati sulla diversificazione dell’economia, sul forte potenziamento delle infrastrutture e sulla “valorizzazione del capitale umano”. Menzione particolare va fatta del grande impulso dato da Re Abdullah a Modon, l’Ente governativo saudita che si occupa dello sviluppo industriale del Paese, che negli ultimi quattro anni ha raddoppiato l’area edificata con la costruzione di nuove città industriali all’avanguardia per tecnologia e impatto ambientale. Inoltre, è stato disposto un consistente aumento della spesa sociale per servizi, per sussidi alla disoccupazione, per l’assistenza sanitaria e per gli incentivi al lavoro giovanile. Anche le aree delle Due Sacre Moschee di Mecca e Medina sono state coinvolte nei progetti di ammodernamento delle infrastrutture e delle strutture ricettive. Infine grande attenzione è stata dedicata al comparto dell’alta formazione a partire dalla King Abdullah University for Science and Technology di Thuwal, il fiore all’occhiello del sistema universitario nazionale, solennemente inaugurata dal re il 23 settembre 2009 e liberamente aperta a studenti e studentesse. Il 7 giugno 2011 il Majlis Ash Shura (Consiglio consultivo del regno) esprimeva parere favorevole alla estensione del diritto di voto alle donne a partire dalle elezioni amministrative (programmate per il 2015) mentre il Ministero della Giustizia, ai primi di ottobre 2012, ha definitivamente approvato le procedure relative all’ammissione delle donne alla professione forense.  

Infine, per quel che riguarda le relazioni bilaterali italo-saudite va detto che il primo ottobre 2011 il ministro per lo Sviluppo economico Paolo Romani compiva una visita a Riyad ove incontrava le autorità saudite competenti in materia di energia, infrastrutture, telecomunicazioni e nuove tecnologie, per rilanciare la cooperazione bilaterale in tali settori. “Nell’ambito dell’ampio programma saudita di diversificazione delle fonti di produzione di energia elettrica- precisava la nota stampa finale- l’Italia potrà contribuire, alla luce delle proprie competenze, nella realizzazione, produzione e distribuzione di energia. I due Paesi attiveranno forme di collaborazione industriale anche nel settore dell’energia rinnovabile, del trattamento dell’acqua e delle altre tecnologie”. Pochi mesi fa, infine, ha avuto luogo, questa volta a Roma, un altro evento di gran lunga più importante che conferma l’eccellente stato dei rapporti fra Italia ed Arabia Saudita. Lunedì 23 aprile 2012, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano accompagnato da Anna Maria Cancellieri e da Andrea Riccardi, rispettivamente ministro dell’Interno e ministro della Cooperazione internazionale del nuovo Governo tecnico varato (il 16 novembre 2011) dal premier Mario Monti, si è recato in visita ufficiale al Centro islamico culturale d’Italia, ricevuto dall’ambasciatore saudita Saleh Mohammad Al Ghamdi. L’ambasciatore dopo aver accompagnato il presidente all’interno della Grande Moschea di Roma, nel suo discorso esprimeva “il più sentito ringraziamento e la profonda gratitudine per la visita e per il generoso riguardo e attenzione di cui godono i musulmani d’Italia” e auspicava “un sempre maggiore coordinamento e collaborazione fra il Centro islamico e i centri di cultura italiani” al fine di promuovere “la coesione e la convivenza fra tutti”. L’immagine della visita del presidente Napolitano alla Grande Moschea di Roma, accolto con viva cordialità dall’ambasciatore Al Ghamdi, conclude in maniera efficace il nostro viaggio storico lungo l’arco delle relazioni fra Italia ed Arabia Saudita dal 1932 al 2012. Relazioni, peraltro, recentemente rafforzatesi non solo sul piano dell’interscambio commerciale, ma anche sul piano politico, nel quadro del condiviso impegno, nelle varie sedi internazionali, a sostegno della soluzione della grave crisi siriana e dei processi di transizione democratica nell’Africa mediterranea all’indomani della caduta dei regimi dispotici. L’Italia, infatti, considera l’Arabia Saudita un attore statuale fondamentale per il mantenimento della pace e della definitiva stabilizzazione dell’intero scacchiere mediorientale. L’Arabia Saudita considera l’Italia un interlocutore credibile e affidabile in grado di svolgere con sperimentata efficacia l’importante funzione di “Ponte sul Mediterraneo” fra Europa e i Paesi arabi. Ma soprattutto, come si è cercato di evidenziare in questo saggio, pur nella diversità dei vari scenari e contesti via via succedutisi nel corso degli anni, le relazioni italo-saudite si sono sempre ispirate alla diplomazia dell’amicizia che si basa sulla pace, sulla cooperazione paritaria e sul reciproco rispetto scevro da qualsiasi pregiudizio di tipo politico, ideologico o religioso. E su queste basi sono destinate a durare ancora molto a lungo.

Storia di una amicizia lunga ottanta anni
Italia-Arabia Saudita 1932-2012

 

 

Il 10 febbraio 1932, nel Palazzo reale di Gedda, il ministro degli Esteri emiro Faisal e il console Guido Sollazzo firmavano il Trattato di amicizia fra l’Italia e il regno dell’Higiaz, Neged e sue Dipendenze che, dal 22 settembre 1932, avrebbe poi assunto l’attuale denominazione di Regno dell’Arabia Saudita. Il Trattato di amicizia era integrato da un trattato di commercio firmato lo stesso giorno. E così, fra il nuovo grande Stato arabo, finalmente riunificato dal leggendario Re Abdulaziz Ibn Saud e l’Italia iniziava una lunga storia di amicizia e di promettenti buone relazioni diplomatiche e non solo. “L’Italia- scriveva da Gedda il 17 febbraio 1932 il console Sollazzo nel suo rapporto al Ministero degli Esteri, sull’avvenuta firma del Trattato con il regno saudita- entra a bandiere spiegate a partecipare più attivamente alla vita di questo Paese. Esso aspira ardentemente a migliorare la propria attrezzatura culturale ed economica. La rettilinea e leale politica seguita dall’Italia verso questo Stato, non disgiunta da spirito di limpida comprensione della storia di questi popoli potrà, col tempo e con la perseveranza, dare quei frutti che altri, venuti qui prima di noi e di noi più attrezzati, lasciandosi unicamente guidare da sentimenti egoistici e da piani egemonici, cerca affannosamente di raccogliere e spesso si lascia sfuggire di mano”. La diplomazia dell’amicizia con l’Italia si inquadrava in un più ampio e lungimirante disegno, concepito da Ibn Saud, volto a stabilire rapporti con i rappresentanti, ufficiali e non, di vari Paesi e finalizzato a rafforzare l’indipendenza e l’autonomia del suo giovane regno attraverso il contenimento, nei limiti del possibile, dei “piani egemonici” coltivati dall’Inghilterra, da tempo presente nella strategicamente importante area del Golfo Persico, sulla quale puntava ad esercitare un’influenza politica esclusiva. Al tempo stesso Ibn Saud aveva messo in cantiere un programma di modernizzazione e valorizzazione delle risorse naturali del regno e, per questo, cercava di sostituire o almeno affiancare l’invasiva e interessata presenza britannica con quelle di altri Paesi occidentali dotati di adeguate capacità finanziarie, conoscenze e competenze tecniche. In questo quadro, l’apertura a nuove partnership straniere avrebbe potuto, in futuro, favorire anche la penetrazione commerciale italiana in Arabia Saudita nel promettente solco tracciato dalla firma del Trattato di amicizia, il cui scambio di ratifiche, per solennizzare l’evento, ebbe luogo, alla presenza del principe Faisal, a Roma il 22 aprile 1932. Per il principe saudita si trattava del suo primo viaggio in Italia raggiunta a bordo del piroscafo Crispi che, partito da Massaua, aveva appositamente fatto scalo a Gedda per imbarcarlo. Accompagnato dal console Sollazzo, il principe Faisal era sbarcato a Napoli il 18 aprile e, il giorno seguente, era partito per Roma ove si trattenne, accolto sempre con molta cordialità, fino alla sera del 24 aprile, per raggiungere poi Torino e Milano. Il 28 aprile il principe Faisal partiva per la Svizzera per poi recarsi in Francia e in Inghilterra. Informato della calorosa accoglienza ricevuta in Italia dal figlio Faisal, re Ibn Saud, il 30 aprile, esprimeva alle autorità italiane il suo più vivo apprezzamento aggiungendo: “Io desidero mantenere a tutti i costi l’amicizia dell’Italia, perché tale amicizia è molto preziosa”. Pochi mesi dopo il ministro degli Esteri italiano elevava la sede di Gedda al rango di Legazione inviandovi come ministro plenipotenziario Ottavio De Peppo che, giunto in sede il 25 settembre 1932, vi rimase circa un anno e mezzo. De Peppo ebbe finalmente l’occasione di incontrare per la prima volta il re Ibn Saud il 15 aprile 1933. Il sovrano, che abitualmente risiedeva a Riyad, si era recato a Gedda per ricevere       in udienza il corpo diplomatico e consolare accreditato in Arabia Saudita. Si trattò di un breve incontro dal quale però il diplomatico italiano trasse una favorevole impressione della forte personalità di Ibn Saud che, particolare curioso, circolava per le strade di Gedda a bordo di una fiammante auto Isotta- Fraschini acquistata da suo figlio Faisal durante il suo viaggio in Italia. Nel suo rapporto al Ministero dopo l’incontro con il sovrano De Peppo, il 19 aprile 1933 scriveva: “Ibn Saud è senza dubbio una personalità fortissima ed intatta e se ne ha la sensazione netta avvicinandolo sia pure per brevi istanti. Ogni tanto la sua faccia si illumina di un sorriso buono, quasi dolce, spontaneo riflesso della sua natura di uomo semplice”. Ben più lungo e dedicato all’esame di importanti questioni politiche fu invece il colloquio che il nuovo rappresentante diplomatico italiano, Giovanni Persico ebbe con il sovrano nel corso di un’udienza privata concessagli a Gedda l’11 aprile 1934. La situazione politica era particolarmente delicata perché, per questioni legate ai confini dell’Asir e del conteso possesso del Najran era appena scoppiato un insidioso conflitto armato fra l’Arabia Saudita e lo Yemen che avrebbe potuto creare qualche imbarazzo alla diplomazia italiana da tempo in buoni rapporti, sia pure con obiettivi differenti, con entrambi i Paesi impegnati nel conflitto fortunatamente destinato ben presto a concludersi   il 20 maggio 1934, con la firma del Trattato di amicizia musulmana e fratellanza araba che, con il riconoscimento yemenita della sovranità saudita sull’Asir e il Najran, stabilizzava assetti territoriali e confini. Intanto, come dianzi si accennava, l’11 aprile 1934, il diplomatico Giovanni Persico veniva ricevuto da re Ibn Saud nel Palazzo reale di Gedda. “Nella sala reale- scriveva Persico nel suo rapporto al Ministero degli Esteri italiano- Ibn Saud avanza verso di me. Sua Maestà è un uomo sui cinquantasette anni, ancora nel pieno delle sue forze fisiche ed intellettuali, è il puro arabo. Ibn Saud, dopo le cortesie d’uso, mi ha parlato dell’Italia e mi ha detto che la sua viva simpatia ed amicizia per il nostro Paese non è di data recente. Suo padre, cinquanta anni orsono, aveva conosciuto a Baghdad il console italiano col quale intratteneva ottimi rapporti ed aveva parlato a lui giovanetto del carattere degli italiani. Ho risposto a sua Maestà che il mio Paese nutriva gli stessi sentimenti di amicizia per il Regno arabo musulmano”.

  1. Con la definitiva soluzione delle controversie con lo Yemen, l’Arabia Saudita consolidava la propria posizione di preminenza nella Penisola arabica e poteva programmare in maniera diversa il proprio futuro. Per Ibn Saud, finita la stagione delle guerre necessarie per l’unificazione e la difesa del suo regno, poteva dunque iniziare la stagione della pace necessaria per lo sviluppo e la modernizzazione del Paese. In questo quadro il sottosegretario agli Esteri saudita Fuad Hamza, il 5 giugno 1934, incontrava Persico auspicando una maggiore collaborazione in campo economico e commerciale fra i due Paesi. Fuad Hamza tornava sull’argomento con le autorità italiane nel corso della sua missione a Roma, il 10 settembre 1934, seguita otto mesi dopo, a fine maggio, dall’importante visita ufficiale in Italia di una Delegazione saudita guidata dal principe ereditario Saud. Nei colloqui avuti a Roma dalla Delegazione saudita furono tra l’altro poste le basi per un allargamento della collaborazione nel settore dell’addestramento dei piloti culminata nell’invio a Gedda di una Missione dell’Aeronautica italiana. Ma, nonostante le eccellenti relazioni politiche fra i due Paesi, nel 1935 le incoraggianti aperture dei Sauditi, peraltro costantemente sostenute dai lungimiranti diplomatici italiani accreditati a Gedda (che, avendo ben compreso le enormi potenzialità del nuovo stato arabo, avevano ripetutamente avanzato efficaci proposte concrete) erano, purtroppo, destinate a non avere seguito. Infatti, nel 1935, tutta l’attenzione del Governo italiano era concentrata esclusivamente sulla realizzazione dell’effimero sogno imperiale destinato ad assorbire ingenti risorse finanziarie, prevalentemente pubbliche, prima per conquistare con le armi l’Etiopia e poi, negli anni seguenti, per cercare in qualche modo di valorizzarla a cominciare dalla costruzione della rete stradale. Dopo appena un paio di anni di quiete la seconda guerra mondiale si abbatté sulla fragile e indifesa Africa orientale italiana, travolgendo i sogni imperiali e i grandi e costosi programmi di sviluppo e modernizzazione ancora in fase iniziale. Nei primi mesi del 1941, le truppe inglesi provenienti dal Kenya scatenavano l’offensiva finale che si concluse con la liberazione dell’Etiopia ove fu subito restaurato il legittimo sovrano. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, l’Arabia Saudita proclamò la propria neutralità ma, ben presto, gli effetti del conflitto cominciarono a farsi sentire in misura crescente, creando nuove difficoltà. Infatti, all’indomani della rivolta nazionalista di Rashid Ali al-Gaylani in Iraq (che era stato apertamente sostenuto dagli italiani) e del progressivo allargamento dei fronti di guerra, le autorità britanniche iniziarono ad esercitare forti pressioni sulle autorità saudite affinché, per motivi di sicurezza, interrompessero i rapporti con l’Italia, chiedendo l’immediata chiusura degli Uffici diplomatici a Gedda. E così, dopo aver ottenuto che la Legazione di Turchia assumesse la tutela degli interessi italiani in Arabia Saudita, il diplomatico italiano Luigi Sillitti (che da quattro anni avev